Non tutto ciò che è verde è sostenibile

I rischi ambientali non si governano difendendosi dalla Natura, né inseguendo ogni opportunità di investimento che si presenti come “verde”. Questo insieme di rischi si governa conoscendoli prima che si manifestino e trasformando quella conoscenza in scelte organizzative e di investimento accurate e verificabili.

La Natura non è un nemico

Alluvioni, siccità e ondate di calore ci spingono a guardare alla Natura come a una minaccia dalla quale proteggersi. È una prospettiva comprensibile, ma radicalmente sbagliata. La Natura non è ostile: è l’ecosistema nel quale siamo nati e cresciuti, il sistema dal quale cui ogni attività economica dipende per l'acqua, per le materie prime, per la stabilità del clima e la salute delle persone. Considerarla un avversario porta a investire solo in barriere e a trascurare le nostre dipendenze, che sono la fonte della nostra vita e delle nostre vulnerabilità.

Vedere il rischio prima che arrivi

I rischi ambientali si manifestano spesso all'improvviso, ma si formano lentamente. Serve quindi una percezione anticipatoria: la capacità di leggere i segnali deboli prima che diventino danni, sofferenze e perdite. La crescente frequenza degli eventi estremi in un'area, l'evoluzione delle norme di settore e i cambiamenti nelle richieste dei clienti sono informazioni disponibili molto prima che il danno arrivi nel bilancio di una famiglia o di una impresa. Prestare attenzione a questi segnali deboli, senza drammi e paure inutili, è di fondamentale importanza.

Ognuno è responsabile della propria autoconoscenza

Nessuno conosce i rischi ambientali ai quali è sottoposta di un'impresa meglio dell'impresa stessa. Ogni soggetto economico dovrebbe quindi avere la responsabilità diretta di sviluppare una autoconoscenza dei rischi ambientali ai quali è esposto: dove si trovano i suoi siti, da quali risorse dipende, quali fornitori e quali mercati sono vulnerabili, quali azioni di mitigazione possono essere attuate direttamente e quali azioni di sistema sollecitare. Delegare questa conoscenza alle medie di settore usate da banche e assicurazioni significa accettare un giudizio poco accurato, quasi sempre più severo e non affrontare una sfida essenziale per la sopravvivenza dell’impresa.

Conoscere per superare le rigidità

Una buona conoscenza dei rischi ambientali non serve solo a misurarli, ma permette di superare le rigidità logistiche e organizzative che rendono un'impresa fragile nei loro confronti: un solo sito produttivo, un unico fornitore critico, una catena di approvvigionamento senza alternative, processi rigidi che non reggono un fermo di qualche settimana, delocalizzazioni della produzione e partner strategici non agevolmente raggiungibili. Sapere dove si è esposti consente di diversificare, ridondare e riorganizzare le attività prima che sia l'evento a imporlo.

Dalla difesa alla gestione attiva

La sola postura difensiva, fatta di polizze, gestione dei rischi e adempimenti, non basta. La gestione dei rischi ambientali richiede una loro gestione attiva: obiettivi misurabili, investimenti di adattamento, revisione dei processi, monitoraggio dei risultati, elaborazione di strategie alternative e cooperazione con tutti gli stakeholder. È anche così che un'impresa costruisce una narrativa credibile verso banche, investitori e clienti, e può ottenere credito a condizioni migliori.

Non tutto ciò che brilla di verde è green

C'è però anche un rischio opposto: investire in ciò che sembra sostenibile senza verificarlo adeguatamente. Non tutte le tecnologie di decarbonizzazione producono un effetto netto positivo. Alcune spostano le emissioni a monte, nella produzione dei materiali o nello smaltimento. Altre consumano più risorse di quante ne risparmino, oppure generano un effetto rimbalzo che annulla il beneficio. Altre ancora riducono le emissioni ma aumentano la pressione sull'acqua, sul suolo o sulla biodiversità.

Per non fare investimenti inutili sul piano ambientale servono nuovi approcci di analisi e valutazione. Ogni tecnologia che si presume abbia un impatto positivo va misurata sull'intero ciclo di vita, confrontata con uno scenario senza intervento e verificata su tutti gli impatti ambientali, non solo sul carbonio. È lo stesso principio del «non arrecare danno significativo» della Tassonomia UE, applicato con rigore alle singole decisioni d'impresa ed elevato a criterio di scelta funzionale a generare benefici significativi.

Che cosa significa per imprese e banche

Per l'impresa, conoscere i rischi ambientali ai quali è esposta e valutare con accuratezza gli investimenti sostenibili significa spendere meno e meglio, proteggere margini e garanzie e presentarsi alla banca con dati credibili.

Per la banca significa distinguere la transizione reale da quella di facciata, e finanziare chi la sta davvero realizzando.

In entrambi i casi la sostenibilità smette di essere un'etichetta e diventa un fattore di crescita dell’economia, di competitività e di collaborazione attiva con le difficoltà che la Natura sta affrontando per riequilibrare sé stessa.